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Bollettino ufficiale: vista la disponibilità dei potenziali partecipanti convoco la sconvenscion estiva annuale per sabato 25 del corrente mese. Luogo da destinarsi, però sempre sull’altipiano carsico sotto le fronde di un’ospitale osmica. Inizio come sempre verso mezzogiorno e tre quarti con inizio lavori all’una, durata a scelta, preferibilmente a oltranza visto tutto quello che abbiamo da raccontarci.

I temi da trattare sono un’infinità, tutti estremamente stimolanti, dalla politica all’economia, alla situazione attuale determinata dalla pandemia, allo sport e come praticarlo di questi tempi fino alle domande ultime e filosoficamente importanti che sono state sfiorate anche nell’ultima tornata di commenti.

Tanto per dire: almeno da parte mia nella piccola discussione fra Llandre e l’amico che si definisce “Dopo il diluvio” sono visceralmente dalla parte di quest’ultimo, anche se chiaramente non ho la sua visione mistica delle cose e sono pronto ad ammettere, anzi lo confermo, che la scienza (ma NON la tecnologia, su questo sono fermo e convinto) ha dato una formidabile mano alla qualità della nostra breve permanenza su questo pianeta, ma sono altrettanto convinto che in realtà l’uomo sia sempre lo stesso e che la scienza non sia altro che l’espressione tangibile dell’evoluzione della specie umana dalla discesa dagli alberi e dalla formidabile scoperta dei vantaggi di avere due arti liberi per maneggiare strumenti fino alle varie protesi artificiali che la tecnologia moderna ci offre. Detto di sfuggita: le scoperte con i conseguenti vantaggi (?) che la tecnologia moderna ci offre sono esattamente un nulla rispetto alla fondamentale scoperta tecnologica della storia dell’umanità, che è quella della ruota. Oppure dei vantaggi formidabili che ci dà un oggetto appuntito nel controllare e dominare le altre specie animali che popolano la Terra e che ha fatto sì che diventassimo la specie dominante. Per il resto l’umanità è sempre quella. Per essere brutale, se uno esamina la poesia lirica di contenuto erotico di tutti i tempi, dai primordi fino ad oggi, il tutto si riduce sempre e comunque a due temi: me l’ha data e dunque sono felice, vedo tutto rosa, il mondo è meraviglioso, oppure non me l’ha data e allora sono triste e depresso e vorrei morire. Quello che voglio dire è che la vita è un insieme di emozioni, sentimenti, affetti e quelli sono sempre gli stessi: un amore duraturo, una famiglia, amici, una vita sociale piena e appagante che ci dà soddisfazioni, ma anche sfide da affrontare e possibilmente da vincere. E, se si perde, trovare la forza di ripartire e magari di salire di livello di soddisfazione intima quando ci si rialza da una brutta caduta. Tutto questo con la tecnologia non vedo cosa c’entri. Anzi, semmai il fatto di dover seguire gli sviluppi tecnologici per rimanere competitivi nella società sempre più disumana che è la stessa tecnologia a creare, è sempre più un impedimento per avere il tempo per affrontare e risolvere quelli che sono i veri e immutabili problemi della nostra esistenza.

Mi ha molto interessato l’excursus sull’affidabilità degli storici e in realtà su quanto pochi siano veramente gli storici seri, quelli che prima di scrivere una cosa verificano tutte le fonti possibili risalendo il più possibile ai documenti originali e in mancanza di ciò riportino il fatto che, appunto, non avendo potuto consultare i documenti originali tutto quel che segue è in realtà un’ipotesi, plausibile quanto si vuole, ma pur sempre un’ipotesi. Oggigiorno invece si sparano dati a casaccio, trovati magari nella spazzatura della rete, senza un’ombra di verifica. L’ha detto il Tale, per cui, visto che lui è il Profeta per antonomasia, deve essere per forza vero (ricorda qualcosa in merito alle origini delle varie religioni?). L’argomento mi interessa particolarmente, visto che, fra una settimana rispetto a quando scrivo queste righe, ci sarà a Trieste una giornata importante nella quale il Presidente italiano Mattarella e quello sloveno Pahor intanto ufficializzeranno la lettera d’intenti con la quale il Governo italiano intende riconsegnare alla minoranza slovena la proprietà del Narodni Dom, l’edificio di Piazza Dalmazia che era il centro della vita della Comunità slava di Trieste (non solo sloveni, ma anche croati e serbi, non per niente l’attività che finanziava il centro si chiamava Hotel Balkan) e che fu incendiato dai fascisti per intimidazione e rappresaglia nel 1920. I quali Presidenti poi andranno a Basovizza ad onorare congiuntamente i quattro martiri sloveni (per l’Italia terroristi) fucilati dopo la prima famosa sentenza del Tribunale speciale del 1928 credo (Franz, aiutami!) e poi sosteranno davanti alla Foiba che è praticamente attaccata al primo sito. Gesto che a Trieste ha sollevato tutta una serie di reazioni da tutte le parti sia etniche che politiche che hanno dimostrato ancora una volta quanto lontana sia una memoria non si pretende comune, ma almeno riconosciuta come legittima dalle varie componenti cittadine. Eppure anni fa ci fu un lavoro molto importante svolto da un pool di storici tanto italiani che sloveni che alla fine produssero una ricostruzione storica degli avvenimenti nella nostra regione degli ultimi 100 anni il più possibile obiettiva e storicamente fondata, tanto da essere riconosciuta e firmata ufficialmente da tutti gli storici che parteciparono alla sua stesura. E’ inutile dire che questo lavoro è stato assolutamente inutile, in quanto da noi ognuno vede la storia secondo il suo punto di vista e rifiuta per principio i fatti che gli danno torto, per cui di memoria condivisa non si potrà mai parlare. Del resto quando per noi sloveni i fatti fondamentali si svolsero dal 1918 fino al 1942 con l’occupazione da parte italiana di metà Slovenia (Provincia di Lubiana), mentre per gli italiani questo periodo è insignificante (la diffusione della civiltà basata sui retaggi dell’Impero romano può ben tollerare qualche bazzecola tipo il genocidio culturale – e così, di tanto in tanto, anche fisico - di un intero popolo) e tutto quello che veramente importa è quanto è successo dal 1943 al 1954, periodo che invece da noi sloveni è visto solo come reazione, anche brutale, ma sostanzialmente legittima rispetto a tutto quanto subito nel ventennio precedente, quando cioè dalle due parti si prendono in considerazione due periodi storici diversi dimenticando o mettendo da parte il periodo che invece è fondamentale per l’altra parte, non potrà mai esserci condivisione di memorie, visto che appunto, si tratta di memorie che si riferiscono a periodi storici diversi. Il massimo che si potrà ottenere, e qui il lavoro degli storici veri sarà fondamentale, basta che poi qualcuno li legga, sarà quello che ogni parte riterrà legittima la memoria della parte avversa per quanto ovviamente non la condividerà. Mai. Anzi, con il tempo i miti si depositeranno sempre più quasi nel patrimonio genetico delle varie parti e non si potranno più estirpare. O, come dice il mio cantautore country preferito, Tom T. Hall: “Il passato può invecchiare quanto vuole, ma non muore mai”.

Quando poi parlate di giornalismo ovviamente mi invitate a nozze. Avrei tante cose da dire da non saper da dove cominciare. C’è comunque una cosa che mi preme dire e che secondo me è fondamentale: bisogna avere a mente molto chiaramente la definizione di che mestiere sia e chi sia colui che fa il giornalista. Per dire, io personalmente non mi sono mai considerato un giornalista, almeno per l’accezione che questa definizione ha per me. Io volevo sempre essere un radio-telecronista, mestiere che per me nulla aveva a che fare con il giornalismo. Io volevo semplicemente descrivere nel migliore modo possibile quanto succedeva durante una competizione sportiva, raccontare cioè una storia mentre stava avvenendo. Il giornalismo l’ho sempre visto invece come una specie di missione, un nobile tentativo, scavando fra fatti e testimonianze, di trovare scampoli di verità, anche nascoste, per far capire alla gente quanto in realtà avveniva attorno a loro per poter poi meglio giudicare la realtà e prendere decisioni politiche o sociali individuali con la giusta cognizione di causa. Ecco, per me giornalisti sono Woodward e Bernstein che fanno dimettere un Presidente degli Stati Uniti, sono Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Sergio Zavoli, ora di questi tempi un Roberto Saviano (che poi i miei amici campani mi diranno come lo vedono loro – da vicino uno appare un po’ diverso, secondo la vecchia massima del nemo propheta in patria). Tutti gli altri, soprattutto gli opinionisti e sedicenti tuttologi, non so proprio né come giudicarli né soprattutto come definirli. Insomma, per me un giornalista è uno che batte le strade, che fa domande, che rischia anche la propria vita come hanno fatto tanti veri e propri eroi in Sicilia che hanno pagato con la vita le loro ricerche e le loro scoperte sulla mafia. E’ molto più giornalista uno che di notte va in Commissariato a fare cronaca nera, oppure quello che riporta le nozze del secolo rispetto a quello che spara apodittiche sentenze dall’alto di uno scanno sul quale nessuno sa bene perché e grazie a chi sia salito. Si sa benissimo chi finanzia ogni particolare medium e si può capire benissimo che chiunque lavori in un determinato ambiente e la cui paga dipende da cosa dice e che comunque non deve andare contro gli interessi del padrone sia ben attento a quanto riporta e a quanto afferma. Non mi scandalizzo, anzi mi sembra normale. Tanto normale che mi sembra ovvio che ognuno, per farsi un’opinione, dovrebbe comunque sempre sapere chi paga il determinato opinionista per fare la giusta tara su quanto dice. Quello che mi disturba è il fatto che invece tutti questi dicono di essere liberi e indipendenti (figurarsi) e che il loro solo interesse è quello di informare il pubblico. Poi anche in questo ambiente ci sono i bravi e passabilmente intellettualmente onesti. La tara però è a monte.

E infine sport con la proposta di Bianchini. Che più che una proposta mi sembra la fotografia di una situazione futura che sta diventando sempre più inevitabile e scontata. Però rispetto a Bianchini io  sono tutt’altro che contento che questo debba accadere. So, è inevitabile e non si può che andare in quella direzione. Però permettetemi almeno di dire che la cosa onestamente mi angoscia perché stravolge e annulla tutto quello che mi aveva fatto innamorare del basket. Insomma, si va in quella direzione, ma almeno lasciate che io viva secondo uno dei miei motti preferiti: “posso anche essere cornuto, ma mai sarò contento di ciò”.