Spero che qualcuno mi legga ancora, visto che la colonna dei commenti piange e che sembra che le discussioni culinarie su piatti locali siano più importanti delle discussioni sportive che, pure, soprattutto in questi tempi di tensioni geopolitiche epocali che si intrecciano alle Olimpiadi invernali in Italia, dovrebbero essere molto importanti, toccando argomenti di straordinario impatto tanto politico che sociale. Detto che sui piatti locali potete dire qualsiasi cosa, basta che lasciate stare le mie “luganighe de Cragno coi capuzi garbi (acidi in italiano) e patate in tecia” e la mia “iota de rave (rape)”, e detto che in questo periodo di basket non potrebbe importarmi di meno, per cui di qualsiasi cosa scriviate non l’ho vista e dunque non posso commentarla, quello che veramente vorrei leggere nei commenti sarebbero le vostre riflessioni su tutto quanto succede nel campo politico-sportivo che si impernia sulle Olimpiadi. Secondo me i punti di vista sulla questione sono vari e molti assolutamente legittimi, per cui mi interesserebbe sapere che ne pensate voi, che siete più o meno all’estremo opposto rispetto agli ultimi scemi del villaggio che imperversano sui social.
Intanto le Olimpiadi bisognerebbe riuscire a seguirle come Dio comanda e in merito devo subito dire che ho la fortuna di poterle seguire sulla TV slovena, perché, se fossi legato solo alla Rai, avrei già sfasciato il mio televisore. Per vent’anni sono stato il responsabile dello sport della mia emittente ed era mio compito anche preparare con cura il programma olimpico che ovviamente doveva seguire alcune linee guida sul come avrebbe dovuto essere impostato. La linea guida base era quella che le Olimpiadi sono un evento globale che permette allo spettatore di farsi un’idea su quanto succede nel mondo e che dunque qualsiasi tipo di provincialismo legato alla presenza o meno nei singoli sport di atleti locali era da evitare come la peste. L’altra linea guida era che ci sono alcuni sport, chiamiamoli così, di base che in campo invernale sono a mio avviso quelli più tradizionali e antichi, dunque significativi, e in definitiva più prestigiosi, quelli che fanno la storia dello sport, e cioè sci alpino, sci nordico, biathlon, pattinaggio artistico e hockey e questi sport avevano la precedenza assoluta per le dirette con tutto il resto che andava messo in onda sì, ma con differite e sintesi da inserire negli spazi vuoti. In più l’informazione quotidiana, da inserire in fasce ben precise e immutabili, doveva coprire tutto quanto era successo nella giornata con vincitori, podi, interviste, medagliere e quant’altro. E il tutto su un solo canale che aveva anche altre cose, importanti perché istituzionali per l’esistenza stessa della nostra emittente, da trasmettere in precise fasce orarie che a volte si sovrapponevano a importanti eventi olimpici. La Rai ha a disposizione due canali, Raidue e Raisport, e miracolosamente riesce normalmente a cannare tutte le cose importanti che succedono nei vari momenti della giornata. Il massimo è stato raggiunto quando hanno completamente trascurato lo skiathlon maschile per trasmettere al suo posto gli ottavi di finale femminili (!) del gigante di snowboard, gare che si sarebbero potute semplicemente trascurare, perché oggettivamente insignificanti. La soluzione banalmente umana sarebbe stata ovviamente quella di trasmettere in diretta lo skiathlon per poi passare tranquillamente alle fasi decisive dello snowboard, addirittura dai quarti di finale in poi. Una programmazione totalmente demenziale che non trova scusanti di alcun genere. Sul provincialismo non si discute neppure, tanto è oppressivo e deprimente. Se c’è un atleta italiano (importante perché fra i favoriti? – no, basta che sia italiano) impegnato in una qualsiasi disciplina, anche quella più assurda tipo le gobbe (per la cronaca la disciplina olimpica che più odio perché proprio non capisco che importanza e soprattutto impatto estetico abbiano i frenetici sculettamenti sulla pista inframmezzati da qualche insipido salto), allora ha la precedenza su tutto il resto, qualsiasi esso sia.
Ma la cosa che più mi disturba, anzi incazza furiosamente, se si può dire, è la totale mancanza che la Rai, evidentemente per un preciso fine politico molto a monte, dedica all’analisi delle implicazioni politiche e sociali che un simile evento comporta. Se si vuole che lo sport abbia nella percezione generale lo spazio e la considerazione che merita, anzi che dovrebbe essergli dovuto in ogni paese civile che ha cura della salute tanto mentale che anche fisica della sua gioventù (la sanità fisica della propria gioventù è una cura del tutto ignota alla scuola italiana, per esempio), non c’è occasione migliore di un evento come le Olimpiadi per rendersi conto a livello globale delle connessioni che ci sono fra politica e sport e qui non si parla solo di politica ai massimi livelli fra potenze, ma proprio di politica generale nei confronti dello sport che c’è altrove. La turbolenta situazione politica attuale nel mondo non poteva non riverberarsi a livello sportivo alle Olimpiadi e infatti tutto quello che si poteva prevedere è anche accaduto ed è stato secondo me affascinante, perché solleva tutta una serie di questioni che, come detto sopra, possono essere analizzate da molteplici punti di vista, tutti legittimi.
Archivio subito il capitolo corporazioni dominanti, interessi commerciali, diritti televisivi e tangenti varie per i comitati locali di capetti di ogni genere. Senza i soldi delle corporazioni i soldi per fare le Olimpiadi non ci sarebbero e dunque così è e a me interessa principalmente, per non dire solamente, che le Olimpiadi si svolgano. Non credo che sia scandaloso il fatto che le varie corporazioni si facciano pubblicità con eventi di risonanza planetaria, in quanto danno sicuramente un’immagine positiva di loro stesse che non può che far bene ai loro affari. Ricordo comunque fra l’altro che non c’è negli stadi alcun tipo di pubblicità. Onestamente questo discorso di tipo snobistico e falsamente “puro” secondo me lascia il tempo che trova, in quanto poi le Olimpiadi grazie anche a loro si fanno, il che è l’unica cosa veramente importante, come anche scrivo nel mio pezzo su Meridiano 13, dove parlo delle mie esperienze olimpiche e che invito tutti a leggere anche per sapere esattamente cosa ne penso, ma cosa soprattutto sento emotivamente, in merito. In quanto alle tangenti è un altro discorso che mi sembra totalmente insignificante. Sarebbe come a dire che in Italia non si possono fare infrastrutture pubbliche perché sono inevitabilmente accompagnate da tangenti con annessi appalti taroccati. E’ una questione politica, sociale se volete, che andrebbe risolta in ben altri modi e campi d’azione, che però con il merito di quanto poi viene fatto non c’entra assolutamente nulla.
Quello che a me interessa veramente è quanto la “grande” politica abbia campo nello sport e come le due cose possono interferire e condizionarsi reciprocamente. E’ una domanda che mi pongo da quando, 18-enne, vidi in diretta Tommy Smith e John Carlos alzare alla premiazione dei 200 metri a Città del Messico il leggendario pugno alzato guantato di nero con gli occhi rivolti a terra, immagine iconica se ce n’è una che ha fatto la storia non solo dello sport. Fecero bene o fecero male? Ferirono l’idea dello sport come attività ludica o al meglio agonistica contaminandola con messaggi politici che non dovrebbero appartenere alla sfera sportiva? Mi ricordo che all’epoca pensai che fossero usciti di senno, convinto com’ero dell’incontaminatezza dello sport slegato dalla politica, ma poi, con gli anni e con tutte le conseguenze che quel gesto ha portato in favore dell’autocoscienza della popolazione nera americana e che è sempre rimasto fisso nella loro mente durante tutte le dure battaglie che hanno poi intrapreso, mi sono sempre più convinto che hanno fatto bene. E che sono stati veri eroi perché hanno fatto un gran bene alla loro gente pur rovinando irreparabilmente le proprie stesse esistenze. Per non parlare di quanto fece prima di loro la medaglia d’oro olimpica di Roma Cassius Clay con annesso lancio della medaglia d’oro nel fiume, non per nulla poi diventato leggenda con il nome di Muhammad Ali.
A questo punto cade a fagiolo la vicenda del portabandiera ucraino alle Olimpiadi Vladyslav Geraskevyč, squalificato per aver voluto gareggiare nello skeleton con un casco sul quale erano raffigurate le immagini degli atleti ucraini morti per mano russa, tra i quali c’era anche un suo amico e compagno, morto a Bahmut. So che fra quelli che mi leggete, per ragioni che a me appaiono misteriose e sempre più incomprensibili, perché semplicemente indifendibili con missili ipersonici che vengono lanciati su condomini, ospedali e ospizi, c’è una maggioranza di filorussi, per cui so di avventurarmi su un terreno minato. Tutta la faccenda è per me rivoltante, perché non pensavo che l’ipocrisia e il desiderio di quieto vivere del CIO fosse a questi livelli. Sul casco c’erano solo le foto, nessuno slogan, nessuna provocazione (se non quella, imperdonabile per i filorussi, di ricordare al mondo quello che succede nella santa guerra di madre Russia), ma evidentemente mandava un messaggio “politico” (per me più sociale, in realtà) che non era digeribile per la gente che guida la massima associazione sportiva mondiale tenendo i piedi nel maggior numero di scarpe che neanche la nostra assoluta virtuosa in questo campo Giorgia riesce a tenere. Il funzionario che si occupava del caso ha proposto di cambiare il casco con un nastro nero al braccio, ma l’atleta ha (giustamente) rifiutato. E allora è stato squalificato. Per non offendere la sensibilità dei russi, evidentemente. Che però alle Olimpiadi non ci sono, se non per qualche atleta camuffato da atleta indipendente che indossa tute anonime e di cui nessuno deve dire che è russo. Perché non ci sono? Perché il CIO li ha buttati fuori dalla sua organizzazione per aver invaso l’Ucraina. Cosa che il casco di Geraskevyč semplicemente ricordava. E secondo me, visto che il CIO non approvava l’invasione dell’Ucraina, non riesco proprio a capire perché un atleta debba essere punito semplicemente perché ricorda la ragione stessa per la quale il CIO ha estromesso la Russia. Ipocrisia intollerabile e per me totalmente incomprensibile.
Il discorso però, come nel caso di Smith e Carlos, è: ha fatto bene o ha fatto male? Se voglio essere terra terra ha fatto molto male per due motivi: ha indossato il casco già in allenamento, per cui lo hanno squalificato prima che gareggiasse. Poteva facilmente gareggiare fino all’ultima manche con un casco anonimo e poi infilarsi quello compromettente all’ultimo momento prima di spingere lo slittino e poi mostrarlo in diretta in mondovisione magari con qualche commento prima che si accorgessero della cosa e lo portassero via di peso. E infatti, secondo motivo: se fosse stato squalificato a gara finita, magari dopo aver vinto una medaglia, la sua squalifica avrebbe avuto una risonanza molto maggiore e lui sarebbe diventato a casa sua un eroe ancora molto più grande di quanto non lo sia già adesso. Però secondo me alla fine ha fatto bene. Il mondo vive anche e soprattutto di sentimenti e simboli (come potete altrimenti giustificare l’elezione di Trump a Presidente degli USA?) e per gli ucraini il loro atleta è già diventato un importantissimo simbolo per mantenere alto il morale di un popolo alle prese con la prova più dura che abbia mai affrontato nella sua storia. Inciso: non cominciate a parlarmi che gli ucraini non esistono e sono un’invenzione del perfido Occidente per rendere debole la Santa Madre Russia, perché arrivo con un opportuno AK47 e faccio una strage del tipo di quelle che fanno in America con l’ICE in testa.
Passando ora allo sport praticato alle Olimpiadi (e a Olimpiadi finite, se vi interessa, ne scriverò ampiamente, anche per confrontare le nostre opinioni in merito) una breve riflessione che ho fatto dopo la trionfale domenica 15 e i successi della Brignone e della Vittozzi. Parto da lontano: il popolo italiano ha avuto una storia che dire turbolenta è minimizzare i fatti. Però alla fine, in qualche modo, è sopravvissuto, e anche molto bene, malgrado tutto. Come ci è riuscito? Secondo me ribaltando perfettamente la definizione dell’eroe indomito che affronta a capo alto ogni avversità, sapendo di andare incontro a un destino crudele: “Mi spezzo, ma non mi piego!” Così tutti fanno una brutta fine, ma poi sono celebrati con libri, film e monumenti. L’italiano, persona saggia e pragmatica se ce n’è una al mondo, pensa esattamente al contrario: “mi piego magari fino sotto terra, ma di spezzarmi non ci penso neppure”. E così è sopravvissuto e sono sicuro che sarà uno degli ultimi popoli che spariranno dalla terra infuocata dal riscaldamento globale, perché è insuperabile nell’arte di arrangiarsi. Però, per quanto flessibile e pragmatica una società sia, ha pur sempre bisogno di punti fermi sui quali incardinarsi, di colonne sulle quali aggrapparsi per salire nei momenti tranquilli della storia.
E qui il discorso si intreccia con un’altra mia teoria, che poi ho semplicemente assorbito leggendo avidamente da piccolo quanto scriveva Gianni Brera sul Giorno. Che cioè lo sport è lo specchio della società che lo produce, poiché, essendo un’attività nella quale l’emotività e l’istinto sono preponderanti, nello sport escono inevitabilmente allo scoperto le caratteristiche più recondite della società nella quale si sviluppa. Tutto questo per arrivare alla conclusione che le vere colonne della società italiana sono le sue donne. Dalle grandi signore del Rinascimento che all’oscuro guidavano intere nazioni, tipo Caterina De’ Medici in Francia, o importanti signorie italiane, passando per Maria Montessori per arrivare in tempi bui a veri e propri fari di civiltà e impegno tipo Liliana Segre, Tina Anselmi o Nilde Jotti. Nello sport abbiamo avuto Sara Simeoni e Deborah Compagnoni, ora ci sono Federica Brignone che vince due ori da ex spaccata rimessa insieme con lo sputo, oppure Lisa Vittozzi che nella gara della vita spara 20 su 20 e la vince partendo da sesta. Più tutte quante le altre, da Arianna Fontana a quelle che vincono medaglie incredibili tipo la freestyler di ieri mentre scrivo. Tutte persone che, se non fossero donne, potrebbero essere descritte come gente dagli attributi di titanio rinforzati da fibre di carbonio.
Dopo questi voli (s)pindarici per finire un ritorno alla banale realtà. Per chi è interessato ecco la scaletta delle prime presentazioni del nuovo libro, intitolato “C’era una volta l’NBA. Storia di un amore tradito”. La prima fra poco, giovedì 26/2 alle 18.00 presso la libreria Minerva di Trieste. Si tratta di una famosa libreria situata all’inizio, partendo dal centro, della pedonale Via San Nicolò a non più di un centinaio di metri dalla chiesa serbo-ortodossa di Via San Spiridione. La seconda sarà al Palazzetto del sport di Rorai Grande a Pordenone venerdì 6/3 alle 20.30, e la terza sempre venerdì 27/3 alle 18.30 presso la libreria Lovat di Villorba (TV – come sanno tutti gli appassionati di basket). Sarete i benvenuti. Lì poi ci mettiamo d’accordo per la prossima sconvenscion nella quale ci saranno tantissime cose di cui discutere.