Questo dovrebbe essere un blog che parla di basket. Purtroppo però questo una volta magnifico sport sta sempre più uscendo dalle mie zone di interesse e la cosa mi rende sempre più preoccupato, quasi incredulo. Quando accendo la TV per guardare un po’ di sport l’ultima cosa a cui penso è di sintonizzarmi su qualche partita di basket, e, quando mi sforzo di farlo, dopo un paio di minuti cambio inevitabilmente canale per la semplice ragione che non riesco più a capire quanto vedo, ma soprattutto non riesco a capire quanto vanno dicendo i commentatori che ai miei occhi stanno commentando qualcosa che esula completamente da quanto i miei occhi stanno riferendo al mio cervello. Mi sembra di assistere a un evento distopico, quasi si trattasse di un universo parallelo nel quale sono stato paracadutato a mia totale insaputa. Per spiegare meglio le ragioni di questo mio estraniamento vorrei riportare quanto scrissi nella mia rubrica sul Primorski dnevnik due settimane fa agganciandomi alla magnifica esperienza che ho vissuto nella mia due giorni bergamasca, per la quale ancora una volta ringrazio di cuore gli ex ragazzi di Zagabria 1989 che mi hanno fatto vivere una rimpatriata dal sapore quasi struggente. Di sfuggita anche un enorme grazie all’amico Leo che mi ha fatto da anfitrione nell’escursione su Bergamo alta, anche se la scarpinata mi ha letteralmente tagliato le gambe mandandomi in crisi per un paio di giorni. Ecco quanto ho scritto.
Oggi, in mancanza di meglio, vorrei scrivere di una cosa che mi tocca da vicino, e che mi sta molto a cuore, ma di cui non ho mai parlato, perché è inevitabile che il tutto appaia come un presuntuoso autoincensamento, per quanto il nocciolo della questione sia molto più complesso. La settimana scorsa sono stato per due giorni a Bergamo, invitato dal gruppo di appassionati che nel lontano 1989 nel Palazzo dello sport di Zagabria durante gli Europei di basket esposero lo striscione “Una sola voce, Sergio Tavčar!”. Allora volli subito sapere chi fossero e scoprii che i ragazzi erano di Bergamo, tutti assidui frequentatori delle mie telecronache su TeleCapodistria. Andammo a mangiare qualcosa e trascorremmo un po’ di bellissimo tempo insieme. E ora, dopo tanti anni, sono stato loro ospite (tutti sono intanto diventati persone importanti – il tempo non passa solo per me) e devo dire che l’esperienza è stata magnifica, in quanto abbiamo rivissuto con grande piacere, ma anche con un po’ di nostalgia, i magnifici ricordi di quei tempi lontani. Ovviamente mi sono chiesto come fosse possibile che un’emittente televisiva così insignificante e modesta come la nostra fosse diventata tanto popolare ovunque ci si vedesse in Italia. Personalmente non mi sono mai reputato un “profeta”. Semplicemente ho sempre provato a fare correttamente il mio mestiere e non importunare lo spettatore con frasi pompose o commenti magniloquenti ammantati di “filosofia” a buon mercato. E proprio qui secondo me casca l’asino. A Capodistria eravamo così insignificanti nel panorama delle grandi emittenti che potevamo permetterci di riportare sempre quello che vedevamo e dunque alla base eravamo sinceri. Se qualcuno era bravo lo sottolineavamo, se invece un altro era semplicemente un brocco lo dicevamo con altrettanta sincerità. Eravamo dunque “veri”, senza alcun tipo di secondo fine nei nostri commenti. Eravamo perciò qualcosa che oggi è impossibile essere. O meglio, eravamo qualcosa che oggi nessuno vuole più essere, perché, se lo fosse, ciò costituirebbe una minaccia diretta nei confronti della sua professione e della sua stessa esistenza lavorativa.
Con gli anni il mercato dei diritti televisivi, soprattutto per gli sport più seguiti e per le grandi manifestazioni internazionali, è diventato talmente spietato e brutale che ogni emittente che riesce a ottenerli si ritiene in dovere di magnificare e esaltare quanto trasmette per giustificare il grande esborso che ha dovuto fare per avere il privilegio di trasmetterli. Siamo dunque alle prese con commenti totalmente irreali e falsamente entusiasti che non hanno attinenza di alcun tipo con quanto lo spettatore vede sullo schermo e che può facilmente giudicare solamente applicando un pizzico di banale buon senso. Nel mio sport, il basket, succede quasi sempre che mi tocca passare dal commento ai soli suoni d’ambiente quando il commentatore di turno si mette a urlare estatico dopo un normalissimo arresto e tiro in sospensione segnato: “Mamma mia! Cosa ha fatto! Come ci è riuscito!” e io ovviamente comincio subito a ringhiare: “Stupido idiota! Quello che ha fatto è stato un arresto e tiro, una delle primissime cose che insegniamo ai bambini!”. Oppure quando urla tutto il suo entusiasmo nel momento in cui un lungo, totalmente solo sotto il canestro avversario, schiaccia la palla con tutta la veemenza possibile. Maledizione! E’ lungo e salta! E allora? In cosa consisterebbe la prodezza?
Tutto quello che oggi succede in qualsiasi sport avviene secondo questa falsariga e a me viene da piangere, quando mi accorgo che il mio mestiere è diventato una vetrina di volgare pubblicità per attrarre lo sprovveduto spettatore. Oppure quando vedo che qualche giovane commentatore, che vorrebbe essere normale, e che per il quale penso che un giorno potrebbe diventare bravo, improvvisamente sparisce e non commenta più nulla. Essere veri e sinceri è diventato oggi proibito. E non mi consola per nulla il fatto che la gente si ricordi con nostalgia di tempi che purtroppo sono passati per sempre.
So di essere stato severo, forse anche un po’ troppo, ma vorrei comunque ribadire che sono perfettamente convinto che l’andazzo sia questo e che non riusciremo più a uscirne proprio per come la società sta cambiando in peggio con il proliferare di canali informativi alternativi che stanno vedendo, proprio per la loro democraticità, il progressivo affermarsi della mentalità prevalente nelle masse che, per definizione, sono normalmente, anzi, ogni anno che passa sempre più, disinformate e ignoranti, e soprattutto sono contente di esserlo. E sarà sempre peggio con l’avanzare tecnologico dell’Intelligenza artificiale che già oggi, con filmati creati in laboratorio, ci fa credere in cose che non sono mai accadute e dunque immaginarsi cosa potrà succedere in futuro quando il distinguere la verità dalla finzione sarà riservato solo a pochissimi eletti, segnatamente quelli che materialmente sapranno come stanno le cose semplicemente perché le avranno create loro stessi. Grande Fratello? Molto, ma molto peggio. La cosa più sconfortante è che lo stesso sistema informativo fa sì che la minoranza di ragazzi svegli e intelligenti che ancora esistono, anche se sono sempre di meno, ha la possibilità di accedere a una quantità di informazioni che per noi vecchietti ai nostri tempi erano del tutto inaccessibili, e dunque parlare e discutere con loro è estremamente bello e costruttivo. E pensare che tutta questa saggezza sarà nel futuro una goccia nel mare della stupidità sempre più imperante e pervasiva fa veramente male al cuore.
Parlare di basket è sempre comunque stimolante quando si parla del basket che fu. Nel contempo però non si può fare a meno di cadere nella più bieca nostalgia e farsi venire le lacrime agli occhi pensando che, dopo la scomparsa di Praja Dalipagić, anche il suo grande avversario nell’arte di centrare sempre e comunque il canestro avversario, ovviamente Oscar Schmidt, ha abbandonato questa valle di lacrime, per noi nostalgici soprattutto di rimpianto cestistico. Accostare il ricordo di questi due irripetibili giocatori è per me spontaneo ricordando la finale per il terzo posto ai Mondiali di Spagna del 1986. La Jugoslavia, reduce dalla beffa sanguinosa contro i sovietici in semifinale, se la vide proprio con il Brasile e nell’occasione Praja e Oscar misero in piedi una sfida all’OK Corral. Non ho voglia di andare a spulciare nei miei archivi per vedere chi poi alla fine vinse il duello personale, perché riportare freddi numeri sarebbe ingiusto nei confronti del fatto che l’unica cosa veramente importante di quella partita furono le emozioni che provai vedendo questi due fenomeni all’opera. La partita per la cronaca la vinse la Jugoslavia e fu proprio l’allora già 35-enne Praja, all’ultima partita in nazionale, che la decise con il suo maestoso canto del cigno. Poi ci fu l’epico scontro con Dražen nella finale di Coppa Coppe a Atene, con il nostro filmato della partita che ancora circola su YouTube e che probabilmente tutti avrete visto (e che è stato sfruttato anche per vari documentari – mi chiedo se qualcuno avrà chiesto a TV Capodistria se poteva farlo…), e che è a sua volta entrato ormai nella leggenda. In una loro brevissima, ma struggente, canzone Simon e Garfunkel dicono: “I have a photograph (nel nostro caso filmati d’epoca), preserve your memories, they’re all that’s left you”. Saranno però sempre dolcissime e bellissime memorie.
Finisco promettendo che mi sforzerò di vedere qualcosa dei play-off dell’NBA, anche se il mio interesse, a causa dell’infortunio di Dončić, è ancora molto minore di quanto lo sarebbe stato comunque, visto che, anche se i Lakers battono Houston, poi contro Oklahoma non hanno chance, e che soprattutto seguirò l’Eurolega quando entrerà nel vivo. Ma soprattutto vorrei finire ringraziando veramente di cuore tutti quelli che siete stati presenti all’ultima sconvenscion. Cosa farei senza di voi? Sul serio. Spero che vi siate divertiti e soprattutto abbiate gradito la cucina del mio amico chef Andrea che, come i presenti avrete visto, è anche uno che si intende, e non poco, di sport.